Francesco Cirelli viticoltore

Una storia semplice

“Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie. La Resistenza rappresentò la fusione tra paesaggio e persone.”

Italo Calvino

 

La macchina arranca sulla mulattiera, una via sconnessa, tortuosa arrampicata tra colline e cielo, intorno paesaggi di vigna, poche case, rarefatte e disordinate. All’improvviso arrivi a Treciminiere ed è tutto molto più chiaro. La casa di Francesco Cirelli è arrampicata su un cucuzzolo, davanti i calanchi di Atri, alle spalle i colli di Pescara, subito dopo il verde dell’Adriatico. Uno spicchio d’Abruzzo, incastonato tra pescarese e teramano, un angolo di paradiso, sospeso tra cielo e terra. I calanchi fanno la differenza, lunghe striature nella collina, come ferite marroni, che mostrano la natura di questo territorio, roccioso e argilloso assieme; in fondo la bella addormentata, spinge aria fresca incessante dai ghiacciai verso il mare.

Tutto intorno le vigne che Francesco ha piantato in questi pochi anni. La Collina Biologica, ce l’hai qui sotto gli occhi, la vedi ed è subito tutto chiaro.

Francesco Cirelli mi viene incontro, con quell’aria da ragazzo invecchiato. Il sorriso ti spacca in due, limpido, su uno sguardo rapido e curioso. I jeans sugli scarponi e la camicia a quadri, capisci subito che è un abruzzese atipico. La storia dell’Abruzzo in questo viaggio è sempre più una storia di andate e ritorni. Di fughe e pentimenti, come se questa terra fosse qualcosa da cui fuggire, ma che ti resta dentro nel sangue e nelle ossa. “Dell’Abruzzo so pochissimo, solo quel poco che mi scorre nelle vene”, la frase di Flaiano mi risuona nelle orecchie, mentre mi racconta la sua storia, una storia di successo, di quelle tortuose, mai lineari come si confà agli spiriti inquieti.

Un po’ papillon, un po’ Conrad: è andato via presto da Pescara, al liceo in collegio, una scelta d’altri tempi, il Morosini a Venezia, collegio militare di quelli tosti e severi, regole marziali e disciplina per forgiare il carattere, ma ne parla senza quell’afflato romantico che uno si aspetterebbe, ne parla come di una esperienza semplice e fondante, persino calda come quel pugno di amici incontrati nelle aule della laguna e che da allora ancora si porta dietro. Poi l’università, alla Bocconi a Milano, mentre mi parla mi chiedo dove sia nascosta la grisaglia grigia. Poi il lavoro nel vino, il commerciale di marchi prestigiosi e rampanti, che poco hanno a che fare con quanto si vede intorno, ma che lo hanno forgiato.

Solo dieci anni fa la scelta di cominciare un’avventura da solo, intorno alle poche vigne di Treciminiere si comincia a vinificare: ricordo bene la prima volta che in degustazione assaggiai questi vini, da subito diversi da tutto quello cui ci aveva abituato l’Abruzzo. Si stagliavano nelle loro confezioni minimal, le etichette chiare e pulite, le bottiglie borgognotte, piccoline e leggere, in una regione dove si faceva a gara a chi avesse la confezione più pesante e tronfia, la scelta coraggiosa e pragmatica del tappo a vite.

La faccia della sommellière che lo aprì mi rimane nella memoria: come un tappo a vite su un Montepulciano biologico? Sembrava una bestemmia, poi il vino nel bicchiere, efficace, calava con piacere e semplicità, senza legno, ne concentrazioni eccessive che allora andavano tanto di moda. Un vino piacevolissimo, con un tono rustico confortante e una acidità che faceva subito salivare e richiedeva cibo. Un Montepulciano antico, ma insieme attualissimo, credo che in quell’assaggio inventai il termine “gastronomico” per un vino. Da li il resto è storia, un successo clamoroso, per vini che volano di bocca in bocca, sulle tavole di tutto il globo.

Al primo Montepulciano 2008 si sono aggiunti altri vini, sempre i tradizionali abruzzesi: Cerasuolo, Trebbiano, Pecorino. Poi nel 2011 la linea in anfora. Nessuno aveva mai pensato di vinificare in anfora i vitigni abruzzesi, anche se proprio ad Atri, a un tiro di schioppo, si sono ritrovate delle anfore romane per la vinificazione, a testimonianza di una antica consuetudine. Francesco inizia con poche anfore, in casa. Quasi per gioco, la curiosità di sperimentare sulle uve di casa la tecnica georgiana, i primi vini sono disordinati e con qualche problema, soprattutto di gioventù, ma vitali ed energetici, conquistano un pubblico curioso e cosmopolita, che cerca dal vino qualcosa di più dell’algida perfezione enologica. Intorno a queste prime anfore, cresce una cantina, ora è lì a fianco alla casa di Treciminiere, una cantina faticata ed essenziale, che ha disegnato e costruito con le sue mani, perché il tempo passa e ormai Francesco è tornato in Abruzzo saldamente, ha messo famiglia con la sua compagna Michela da Palermo a Treciminiere ed è arrivata pure Stela la prima figlia. I primi anni debbono essere stati impegnativi ed esaltanti. Alle prime sparute anfore, se ne sono aggiunte altre, tappezzano gran parte della nuova cantina e i vini anno dopo anno diventano più buoni e complessi, aprono una nuova via alle vinificazioni abruzzesi. Ma l’esperienza fuori casa, l’aver girato il mondo, visto cose è il requisito essenziale di un essere abruzzesi in modo nuovo e diverso. Quello spirito guascone e scavezzacollo che ti porta da ragazzo ad abbandonare lo struscio rassicurante di piazza Salotto e le birrette sulla spiaggia, resta appiccicato e sedimenta.

“Erba, cielo, mare, neve, nuvole e roccia a perdita d’occhio. Una valle intera in regime biologico certificato, dove tutelare la biodiversità e l’innovazione agricola”.

Fare vino è una esperienza bellissima, esaltante, ma non basta. Quell’amore per questi paesaggi che ti spinge a tornare a casa, ormai è infettato dalla consapevolezza e da qui l’idea coltivata e accarezzata da anni che nel 2013 diventa realtà: La Collina biologica. La Collina Biologica è una intuizione felice, nasce dalla visione del panorama di Treciminiere, un concentrato di Abruzzo: erba, cielo, mare, neve, nuvole e roccia a perdita d’occhio. Una valle intera in regime biologico certificato, dove tutelare la biodiversità e l’innovazione agricola: le vigne dei vini Cirelli, l’allevamento di oche per i salumi che da sempre Francesco produce, gli ulivi, il seminativo per pasta e ceci, le arnie per il miele, perché un territorio non vive di monocoltura, ma solo della diversità agricola che i nostri nonni ben conoscevano.

Ma la vera novità è quella di non fermarsi, ma inventarsi un incubatore di aziende agricole, l’intuizione è semplice: l’azienda agricola ci mette i terreni e la rete commerciale, i giovani aspiranti contadini l’idea e il lavoro e via si parte con la produzione di prodotti di estrema qualità.

Per ora sono già tre i progetti avviati, tre storie che hanno trovato casa sui calanchi di Atri, oltre a Cirelli, Tommaso Turci con la Canapa per uso alimentare, l’idromele di Antonello Pinnella, gli antichi ceci Sultano e Pascià e il Senatore cappelli di Domenico Francone, a queste storie se ne aggiungeranno altre, fino a creare a Treciminiere una comunità palpitante e agita, perché solo far vivere queste colline, garantisce la sopravvivenza di intere aree. Come diceva Calvino “la Resistenza è la fusione tra paesaggio e persone”; l’Abruzzo sta combattendo una nuova Resistenza con persone come Francesco Cirelli.

Parlare con Francesco è illuminante: visione, ambizione, divertimento, inquietudine, modernità, radici sono evidenti, senza confini, conglomerati tra loro in un magma eccitante e vibrante. Un materiale che rende questa regione unica, tra modernità e tradizione, tra passato e futuro. Capire dove finisca l’una e cominci l’altra non è affatto semplice, probabilmente anche inutile, quello che è contagioso in storie come questa è la capacità di infettare, di diventare virali e creare consenso intorno a sé. Se ci pensiamo, dieci anni in una storia aziendale sono pochissimi, ma in dieci anni qui all’ombra del Calderone si sono fatte tantissime cose. Cambiato pelle e costruito, non solo una cantina ma un progetto complessivo di imprenditoria su un territorio. Vino, olio, fichi, legumi, grani, miele, canapa, oche, prodotti trasformati e siamo solo all’inizio di una storia che durerà molto a lungo e che segnerà profondamente questo angolo dello stivale.

Testo di LORENZO SANDANO
Foto di ALESSANDRO BATTISTA, DAVIDE D’AMATO E SIMONA BUDASSI

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